Quando cammino tra le viti non vedo solo un campo da coltivare. Vedo un interlocutore silenzioso, un organismo complesso che ogni anno mi pone domande diverse. Il lavoro, l’arte, sta nell’imparare ad ascoltare e a rispondere. Lavorare la vigna non è una lotta contro la natura: è un dialogo costante con lei, un impegno fatto di pazienza, intuito e connessione profonda. Ogni gesto tra i ceppi non è mai meccanico: è una scelta che plasma il futuro, una frase di un discorso ininterrotto.
Poi arriva la stagione del verde e il dialogo si fa più serrato. La gestione della chioma e i trattamenti non sono una guerra contro le avversità, ma un modo per accompagnare la pianta, per metterla nelle condizioni di esprimersi e difendersi con il minor intervento possibile. La chioma è il laboratorio della luce: se è equilibrata, la pianta respira, matura, si protegge. È una danza sottile fatta di osservazione e rispetto, non di aggressione; una serie di correzioni leggere, quasi invisibili, che però cambiano il destino di un grappolo.
E infine la vendemmia. Non è un semplice raccolto: è il momento della verità. È lì che accetti che non comandi tutto tu, che la tua volontà – per quanto forte – è solo una parte dell’equazione. Raccogli non soltanto uva, ma dodici mesi di vita: il sole, le piogge, il gelo, la paura di una grandinata, la speranza che settembre sia gentile. Ogni grappolo colto a mano è una decisione e, insieme, un atto di gratitudine.
Per questo la vera gratificazione non sta nel riposo a fine giornata. Sta nel calice. Sta nel sentire che quel vino non è solo “buono”, ma è vero. Che in ogni sorso c’è il timore e il coraggio di un’annata, c’è il lavoro fatto bene e il lavoro non fatto per rispetto. C’è un luogo che parla, e c’è un uomo che ha imparato ad ascoltarlo. E se quel sorso emoziona, allora la traduzione è riuscita.
Roberto Cipresso
Consulente Enologico e Autore. Esperto di terroir e viticoltura