Articolo

Il Dialogo con la Vigna: Un Atto di Fede, non di Fatica

Quando entri tra i filari la terra parla piano: scricchiola sotto i passi, profuma di umido o di polvere a seconda del giorno, cambia consistenza come se avesse umori.

Roberto Cipresso
27 Dicembre 2025
5 min di lettura
#storiedelvino #terroir
Tra i filari la terra parla piano: scricchiola sotto i passi, profuma di umido o di polvere a seconda del giorno, cambia consistenza come se avesse umori. E tu capisci subito che non sei lì per “fare forza”, ma per tradurre. Perché il vino, alla fine, è questo: la parola più eloquente di un luogo, detta con un linguaggio liquido.

Quando cammino tra le viti non vedo solo un campo da coltivare. Vedo un interlocutore silenzioso, un organismo complesso che ogni anno mi pone domande diverse. Il lavoro, l’arte, sta nell’imparare ad ascoltare e a rispondere. Lavorare la vigna non è una lotta contro la natura: è un dialogo costante con lei, un impegno fatto di pazienza, intuito e connessione profonda. Ogni gesto tra i ceppi non è mai meccanico: è una scelta che plasma il futuro, una frase di un discorso ininterrotto.
Nel riposo invernale la potatura diventa l’atto più intimo e decisivo. Non è “un taglio”: è un punto e virgola messo nel posto giusto. La forbice fa un suono secco, la linfa a volte macchia le dita, e in quel piccolo gesto stai già decidendo l’equilibrio di mesi: quanta energia, quanta ombra, quanta vita. È una ferita necessaria da cui nasce una promessa, ed è quasi paradossale: si toglie per costruire, si scolpisce il vuoto per dare forma all’abbondanza futura.

Poi arriva la stagione del verde e il dialogo si fa più serrato. La gestione della chioma e i trattamenti non sono una guerra contro le avversità, ma un modo per accompagnare la pianta, per metterla nelle condizioni di esprimersi e difendersi con il minor intervento possibile. La chioma è il laboratorio della luce: se è equilibrata, la pianta respira, matura, si protegge. È una danza sottile fatta di osservazione e rispetto, non di aggressione; una serie di correzioni leggere, quasi invisibili, che però cambiano il destino di un grappolo.

E infine la vendemmia. Non è un semplice raccolto: è il momento della verità. È lì che accetti che non comandi tutto tu, che la tua volontà – per quanto forte – è solo una parte dell’equazione. Raccogli non soltanto uva, ma dodici mesi di vita: il sole, le piogge, il gelo, la paura di una grandinata, la speranza che settembre sia gentile. Ogni grappolo colto a mano è una decisione e, insieme, un atto di gratitudine.
Lavorare all’aperto non significa essere “in balia” degli elementi. Significa conversare con un partner potente e talvolta capriccioso. Significa leggere il cielo, ascoltare il vento, capire quando intervenire e quando, invece, fare un passo indietro. È un esercizio continuo di umiltà e resilienza.

Per questo la vera gratificazione non sta nel riposo a fine giornata. Sta nel calice. Sta nel sentire che quel vino non è solo “buono”, ma è vero. Che in ogni sorso c’è il timore e il coraggio di un’annata, c’è il lavoro fatto bene e il lavoro non fatto per rispetto. C’è un luogo che parla, e c’è un uomo che ha imparato ad ascoltarlo. E se quel sorso emoziona, allora la traduzione è riuscita.
Roberto Cipresso

Roberto Cipresso

Consulente Enologico e Autore. Esperto di terroir e viticoltura

Cerca nel Blog

Articoli Recenti

Categorie

Tag Popolari

Articoli Correlati

Continua la lettura con altri articoli che potrebbero interessarti

Utilizziamo i cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e fornire contenuti personalizzati. Continuando a utilizzare il nostro sito web, acconsenti al nostro utilizzo dei cookie. Scopri di più