Per i Romani il vino non era soltanto piacere o ritualità: era un messaggio, persino politico. Quando l’Impero avanzava e costruiva strade, ponti, città, lasciava dietro di sé un segno concreto di futuro: piantare un vigneto era firmare un patto: “restiamo”, “investiamo”, “abbiamo la pazienza di attendere insieme”.
Perché piantare una vigna, allora, voleva dire aspettare tre o quattro anni prima del primo frutto, e ancora uno o due anni per vedere nascere il primo vino: senza tecnologia, senza scorciatoie, con il tempo come unico alleato. In questa scena, il Lazio custodisce una varietà antica e affascinante, a lungo fraintesa: il Cesanese.
E qui entra la parte che assomiglia alla favola del brutto anatroccolo: un’uva dal nome evocativo, attorno alla quale porta con sé una leggenda, come se il nome avesse memoria, come se il suo destino fosse scritto nel gesto umano.
Eppure, per secoli, quest’uva non è stata davvero capita: vinificata in modo rude, senza precisione, senza ascolto, finiva per perdere equilibrio e veniva spesso “corretta” assemblandola con uve più calde e alcoliche del Sud, più colorate, più muscolari. Anche perché, nella cultura romana di allora, il vino era considerato un vero e proprio carburante: serviva a sostenere, a “digerire” la quantità di carne consumata, simbolo di forza per chi lavorava nei campi o cercava prestazione e vigore.
E in fondo qualcosa di questa idea è rimasto nella romanità gastronomica: piatti intensi, generosi, piatti che chiedono spalla e materia — l’abbacchio, l’amatriciana, la cacio e pepe — una cucina che chiede spalla e materia, e che per tanto tempo non ha lasciato al Cesanese lo spazio per raccontare la sua parte più fine.
Ho iniziato a vedere il Cesanese per ciò che può essere: un rosso di eleganza mediterranea, sorprendentemente vicino — per grazia e trasparenza — a un Pinot nero, ma con una lingua propria, fatta non solo di frutto, bensì di note floreali e speziate, di sfumature che non urlano e proprio per questo restano. Da lì l’intuizione: vinificarlo con lo stesso rispetto con cui si tratta un grande Pinot nero di Borgogna, accarezzando le bucce, evitando estrazioni violente, cercando la luce invece della forza.
Quando questo accade, il Cesanese può offrire una qualità rara: la leggerezza che non è magrezza, la finezza che non è fragilità, l’eleganza come risultato di precisione e misura. Il vino che ne nasce è sorprendente: raffinato, profondo, e soprattutto longevo.
Ed è qui che “Eureka” prende senso: non come un colpo di fortuna, ma come la gioia di riconoscere finalmente un’identità rimasta troppo a lungo in ombra. In questo calice c’è il Lazio che torna a parlare con voce antica e, insieme, sorprendentemente contemporanea: un ponte tra la Roma di duemila anni fa e il presente, dove il vino non è solo gusto, ma memoria, scelta, cultura — e la prova che certe storie, quando trovano la loro interpretazione giusta, non invecchiano: maturano.
E proprio perché questo Eureka! Lazio Cesanese 2005 è una rarità — una pagina di tempo ormai introvabile — non è un vino “da scaffale”. Si può assaggiare soltanto durante gli eventi esclusivi dedicati alla linea Eureka!, riservati ai membri del Wine Club: gli unici ad avere accesso anche al listino prezzi privato. Un privilegio discreto, pensato per chi vuole entrare davvero nel cuore della Collezione, dove i vini non si inseguono… si aspettano.
Roberto Cipresso
Consulente Enologico, Winemaker e Autore. Esperto di terroir e viticoltura.